La Speranzina: un messaggio che va oltre gli ostacoli della realtà

Speranzina, speranzèlla, speranzuòla: parole tutte limitate all’uso familiare che indicano una piccola speranza, una speranza debole o cauta”.

La definizione della Treccani deve essere balzata per le menti e i cuori di Stefano Giordani e Daniele Mei, rispettivamente proprietario e chef del ristorante La Speranzina di Sirmione, quando un giorno di metà marzo, a ridosso della primavera, si sono ritrovati con la sala principale del locale completamente invasa dalle acque del lago di Garda, che circonda la penisola nota a tutti per le Grotte di Catullo, l’evocativo borgo e le sue apprezzatissime acque termali. 

Acque che da docili e azzurre sanno diventare infide, grigie ed impetuose. Incontrastabili come le mareggiate veneziane, dannose come un cataclisma.

Chi porta il valore della speranza nel nome, tuttavia, per definizione non sa abbattersi. E a sole due settimane dal tragico episodio, per fortuna senza conseguenze per gli esseri umani, il ristorante nel cuore del centro storico sirmionese, affacciato sul Benaco, è tornato a nuova vita. 

Una risposta concreta ed educata a uno schiaffo della natura; in un mondo in cui pochi sanno rialzarsi e combattere.

Un segnale tanto emozionante quanto incoraggiante di un luogo che è quotidianamente teatro di raffinatezze gastronomiche, di sublime seraficità.

Pochi giorni prima che Eolo e Idra si unissero per funestare gli interni della Speranzina, qui si svolgeva una cena a 6 mani di tre grandi chef, organizzata da Cibo di Mezzo. Il padrone di casa Daniele Mei, Stefano Cerveni del Due Colombe di Borgonato di Corte Franca e Paolo Favalli dell’Aquariva di Padenghe, uniti nella creazione di un menu contraddistinto dalla regalità del caviale Calvisius e dai vini della Franciacorta.

I cosiddetti “stuzzichini” hanno regalato lampi di elegante delizia nelle atmosfere soffuse del ristorante: la Battuta di Bianca padana con soffice di burrata pugliese e Caviale tradition Royal è stata un incanto gratificante per il palato, così come lo è stata la Creme Brûlé al cavolfiore, ingannevole e spiazzante con la sua dolcezza. Piatti firmati Stefano Cerveni che hanno incarnato perfettamente l’anima golosa di questo estroso artista dell’alta ristorazione.

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Paolo Favalli ha risposto con un Mazzetto di insalatine, guacamole, salmone marinato e le sue uova, da mangiare rigorosamente mettendo da parte le posate, e una squisita Tartelletta salata Curd di carota, zenzero e cannella. 

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Daniele Mei, chef dai modi garbati e delicati ha regalato un giocoso Wafer al cacao, mandorla e ricciola e un Pil pil di baccalà, polenta soffiata e lime e lingotto di Caviale, realizzazioni profumate che animano il palato prima delle portate principali. 

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Amuse-bouche accompagnati trionfalmente da un Franciacorta DOCG Brut Nature “Naturae” Barone Pizzini del 2014. 

La palla dell’antipasto è poi passata nella mani di chef Paolo Favalli: il suo Uovo di pollastra “crock” con asparagi bianchi e verdi, salsa shitake e Caviale tradition Royal è un piatto di una bellezza rara, esteriore ed interiore, in cui la lucentezza degli ingredienti e il loro connubio sono un invito costante all’assaggio. Una ricetta che rapisce per la sua opulenza, il suo gusto familiare e al tempo stesso inedito. Il Franciacorta DOCG Bruut Saten Barone Pizzini del 2015 è un perfetto contraltare organolettico per le papille gustative.

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Ai primi è tornato a dire la sua lo chef di casa Daniele Mei, con uno Gnocco di patata alla brace, sogliola, salsa mugnaia, polvere di cappero e caviale. Un concentrato di fascino transalpino con un guizzo coinvolgente di sapore mediterraneo, una ricetta da grandissimo ristorante, abbinata a un Franciacorta DOCG Extra Brut Rosè Barone Pizzini del 2014. 

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Il compito di chiudere le danze delle portate principali è spettato a chef Cerveni, che ha portato in tavola un suo classico rivisitato. “L’anguilla psichedelica”, piatto firma del cuoco franciacortino, si trasforma nello “Storione psichedelico” per omaggiare l’ingrediente re della serata, il caviale. Che dire di più di quanto si è già scritto riguardo una ricetta che pare una tela di pollockiana memoria, in cui i colori sembrano vincere sul piatto finché di questo non si mette in bocca la prima forchetta. E’ l’allegro finale di una bellissima sinfonia. 

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Il dolce finale, “Paris Brest”, preparato con arachidi, mandarino e caramello dalla chef pâtissier Elena Mor della Speranzina e la piccola pasticceria sono sinonimi di assoluta raffinatezza e dolcezza mai invadente.

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Un po’ le stesse caratteristiche del Lago di Garda, quello che sa distruggere ma dare anche tutte le motivazioni per ricostruire, ripartire. Un bacino che invita a veleggiare, a intraprendere sfide nonostante gli inevitabili incidenti nel corso dell’esistenza. 

Probabilmente il nome “La Speranzona” sarebbe stato fuori luogo, un termine che non si confà a una piccola cattedrale del gusto affacciata sul Benaco.

La speranza grande, il coraggio di combattere sempre e comunque, di credere in un luogo che sa anche essere sgarbato con i propri sogni, risiede senza remore nel cuore degli esseri umani che animano il ristorante “La Speranzina” con sacrifici, creatività e passione, ogni giorno. 

Che sia soleggiato o tempestoso, La Speranzina continuerà a creare.

E noi a godere delle sue creazioni e dei suoi meravigliosi eventi come la cena a 6 mani di Cibo di Mezzo. 

Chapeau.

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La bellezza e la maestosità del lago di Garda visto dal ristorante La Speranzina nello scatto del fotografo Francesco Ferliga.

 

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